Riforma della giustizia: il Senato approva la separazione delle carriere dei magistrati. Verso il referendum nel 2026

Riforma della giustizia: il Senato approva la separazione delle carriere dei magistrati. Verso il referendum nel 2026

Il Senato ha approvato la riforma costituzionale sulla giustizia con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni. La norma prevede la separazione delle carriere dei magistrati tra giudicanti e requirenti. Un passaggio storico, che ha immediatamente polarizzato il dibattito politico, aprendo la strada a un referendum popolare atteso per la primavera del 2026.

La premier Giorgia Meloni ha accolto con soddisfazione il via libera, definendolo “un passo importante verso una giustizia più equa, efficiente e trasparente”. Ma per le opposizioni si tratta di un attacco all’indipendenza della magistratura e a uno dei cardini della Costituzione.

Cosa prevede la riforma: separazione delle carriere e nuovo CSM

La riforma, già approvata dalla Camera, non subirà ulteriori modifiche nelle prossime letture, poiché è stata votata nel medesimo testo da entrambe le Camere. Al centro del provvedimento c’è la separazione delle carriere dei magistrati, che comporta la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri.

Secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, questa separazione rappresenta “un passo molto importante verso l’indipendenza della magistratura da se stessa e dalle sue correnti”. Inoltre, ha definito la riforma “un balzo verso l’attuazione piena del processo accusatorio voluto da Giuliano Vassalli”.

Una vittoria politica simbolica per Forza Italia e il centrodestra

Il centrodestra ha salutato l’approvazione come un successo politico, dedicando il traguardo a Silvio Berlusconi, da sempre promotore della separazione delle carriere. Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, ha definito la riforma “la realizzazione di un sogno di libertà e garanzie per i cittadini”. La dichiarazione di voto è stata letta da Pierantonio Zanettin dal seggio che fu dello stesso Berlusconi, in un momento fortemente simbolico.

Anche la Lega, con la senatrice Erica Stefani, ha sottolineato che la riforma “non è contro la magistratura, ma a favore dell’equilibrio tra i poteri dello Stato”.

Le opposizioni sul piede di guerra: “Attacco alla Costituzione”

Di tutt’altro avviso le opposizioni. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle hanno inscenato proteste in Aula: i dem hanno mostrato la Costituzione capovolta, mentre i 5 Stelle hanno esposto cartelli con le immagini di Falcone e Borsellino accostate a quelle di Berlusconi e Licio Gelli.

Il leader del M5S Giuseppe Conte ha accusato il governo di voler realizzare “il disegno della P2”, mentre Roberto Scarpinato ha parlato di “regolamento di conti della casta dei potenti contro la magistratura”. Secondo Dario Franceschini (PD), la riforma rischia di trasformare i pubblici ministeri in “superpoliziotti”, rompendo l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

L’ANM: “Una riforma che addomestica la magistratura”

Anche l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha espresso forte preoccupazione:

“La riforma addomestica i magistrati, toglie garanzie ai cittadini e punta a disinnescare il potere di controllo della legalità che spetta alla magistratura”.

L’ANM ha annunciato battaglia, promettendo di mobilitarsi fino al referendum per impedire l’entrata in vigore della riforma.

Referendum confermativo in vista: sarà battaglia politica

Poiché la riforma non è stata approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi in Parlamento, sarà necessario sottoporla a referendum confermativo, previsto verosimilmente nella primavera del 2026.

Il centrodestra si dice fiducioso di riuscire a convincere l’elettorato, ma l’opposizione prepara già una campagna referendaria molto accesa. Franceschini ha evocato uno scenario simile a quello del “caso Papeete”, che nel 2019 portò alla crisi di governo:

“Sarà un boomerang. Meloni rischia di giocarsi tutto in questo referendum”.

La riforma costituzionale sulla giustizia rappresenta un passaggio epocale che ridisegna i rapporti tra politica e magistratura in Italia. Se da un lato il governo rivendica una maggiore efficienza e imparzialità del sistema giudiziario, dall’altro le opposizioni e i magistrati temono una pericolosa deriva autoritaria e la perdita dell’indipendenza della magistratura.

Il verdetto finale, ora, è nelle mani dei cittadini.

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